20/03/2026
FARINA SI, MA DI QUALE SACCO?
Oggi è la giornata mondiale della farina, un prodotto che, in un modo o nell’altro, entra a far parte della nutrizione quotidiana. Ma c’è un dato che troppo spesso sfugge al dibattito pubblico: le farine di oggi, sotto il profilo fitosanitario, sono indubbiamente più sicure rispetto a quelle di un tempo. I controlli sono più stringenti, le tecnologie più avanzate, le filiere più monitorate. Ma mentre celebriamo, giustamente, questi progressi, spesso tralasciamo gli aspetti salutistici e identitari della farina. Le farine macinate a pietra, per esempio, continuano a essere trattate come una nicchia folkloristica, quando invece custodiscono un patrimonio nutrizionale, culturale e territoriale che meriterebbe ben altra attenzione. Non è solo una questione di gusto: è una questione di modello agricolo.
Per non parlare dell’esplosione commerciale delle farine “raffinate”, da un rendimento tecnico più elevato ma dalle qualità salutistiche assolutamente criticabili.
Nel frattempo, però, il terreno sotto i nostri piedi cambia. Sempre meno grano coltivato in Italia, sempre più dipendenza dall’estero, sempre meno visione strategica sulla sicurezza alimentare. E mentre il frumento arretra, qualcuno già immagina un futuro fatto di farine alternative, magari derivate da insetti, proposte come soluzione sostenibile e inevitabile.
La domanda, allora, non è se le farine di oggi siano migliori di quelle di ieri. La vera domanda è: vogliamo ancora decidere cosa mettere nel pane di domani?
Perché tra una farina sterile e una farina viva, tra un campo abbandonato e una filiera radicata, tra una spiga e un grillo… la differenza non è solo agricola. È profondamente politica.
E forse, quando ce ne accorgeremo davvero, sarà troppo tardi per scegliere.