28/09/2026
Ci sono riflessioni che non nascono da un singolo episodio, da una giornata storta o da una discussione avuta con qualcuno. Sono pensieri che si accumulano nel tempo, esperienza dopo esperienza, osservando comportamenti, atteggiamenti e dinamiche che, a lungo andare, finiscono inevitabilmente per lasciarti qualcosa dentro.
Quella che sto per condividere è proprio una di queste riflessioni. È il risultato di anni trascorsi a pescare, a confrontarmi con persone diverse, a conoscere pescatori che stimo profondamente e altri con i quali, invece, ho imparato a fare i conti con certi aspetti meno piacevoli di questa passione.
Chi mi segue sa quanto ami la pesca, quanto mi piaccia condividere le mie esperienze, raccontare le mie catture e confrontarmi con chi ha voglia di farlo con genuinità.
Sa anche che non mi sono mai considerato un fenomeno, né tantomeno uno che pensa di avere qualcosa da insegnare a tutti. Sono il primo a riconoscere quanto abbia ancora da imparare e quanto il mare, ogni volta, riesca a ricordarci quanto siano limitate le nostre certezze.
Ma proprio perché la pesca fa parte della mia vita da tanti anni, credo di aver maturato una certa sensibilità nel riconoscere alcuni atteggiamenti che, sinceramente, cominciano a starmi stretti.
E oggi, senza troppi giri di parole, ho voglia di togliermi qualche sassolino dalla scarpa.
Non scrivo queste righe per puntare il dito contro qualcuno in particolare, né per alimentare polemiche sterili o cercare consensi. Non ho intenzione di fare nomi, e chi si riconoscerà in certi comportamenti avrà tutto il tempo per riflettere, esattamente come sto facendo io.
Scrivo perché, dopo anni di osservazioni, episodi vissuti e situazioni che si sono ripetute più volte, sento il bisogno di esprimere un pensiero che mi porto dentro da parecchio tempo.
E lo faccio con la schiettezza di chi ama profondamente questa passione, ma non per questo è disposto a giustificare qualsiasi atteggiamento in nome della pesca.
Perché una cosa è certa: possiamo avere idee diverse, tecniche diverse e livelli di esperienza differenti, ma quando una passione diventa terreno fertile per l’invidia, la gelosia e la necessità di sentirsi superiori agli altri, credo sia arrivato il momento di fermarsi e fare qualche seria riflessione.
Ed è proprio da qui che voglio partire.
C’è una cosa che, con il passare degli anni, ho imparato ad apprezzare sempre meno nel mondo della pesca: l’atteggiamento di chi, anziché vivere una passione, sembra aver bisogno costantemente di dimostrare qualcosa agli altri. Di chi non riesce a guardare la cattura di un altro pescatore senza sentirsi, in qualche modo, sminuito. Di chi, davanti a una fotografia, a un video o semplicemente al racconto di una bella pescata, non riesce a concedersi la spontaneità di un complimento sincero.
E badate bene, non sto parlando di estranei incontrati casualmente sui social, ma di persone che conosco, con le quali ho condiviso conversazioni, esperienze e, in alcuni casi, anche momenti di apparente amicizia.
Persone che, quando non c’è nulla da invidiare, sono disponibili, sorridenti, prodighe di consigli e apparentemente felici di scambiare due parole. Poi, però, capita che tu realizzi una bella cattura, magari in una giornata in cui le condizioni non erano particolarmente favorevoli, e improvvisamente qualcosa cambia.
Le risposte diventano secche, i complimenti si trasformano in frasi di circostanza, il tono perde quella cordialità che fino al giorno prima sembrava autentica. E quando hai la possibilità di guardare queste persone negli occhi, talvolta trovi la stessa identica espressione: un sorriso tirato, uno sguardo che tradisce fastidio, un entusiasmo che sembra più recitato che sincero.
Naturalmente, non pretendo di conoscere i pensieri di nessuno. Non ho la presunzione di stabilire cosa passi per la testa di una persona soltanto da una risposta o da un’espressione. Ma quando certi atteggiamenti si ripetono, quando la freddezza compare sistematicamente dopo una tua cattura e quando l’entusiasmo altrui sembra dipendere esclusivamente da chi ha preso il pesce più grosso, diventa difficile non interrogarsi sulla natura di certi rapporti.
E allora mi domando: ma davvero siamo arrivati al punto in cui la cattura di un altro pescatore rappresenta un problema?
Davvero il fatto che una persona abbia vissuto una bella giornata a mare deve trasformarsi in un motivo di frustrazione per qualcun altro?
Perché, se è così, lasciatemelo dire chiaramente: il problema non è la pesca, il problema è quello che alcune persone hanno deciso di farne.
Conosco pescatori che si definiscono esperti, persone con una notevole esperienza alle spalle, capaci di discutere per ore di attrezzature, artificiali, tecniche, correnti, maree e condizioni ambientali. Alcuni hanno conoscenze che rispetto profondamente e dalle quali si può imparare tanto. Altri, invece, sembrano aver confuso l’esperienza con una sorta di superiorità personale, come se gli anni trascorsi a pescare conferissero automaticamente il diritto di guardare tutti dall’alto verso il basso.
È proprio questo atteggiamento che mi infastidisce.
Quella saccenza con cui si dispensano giudizi, quella necessità di puntualizzare sempre qualcosa, di trovare il dettaglio che possa ridimensionare la cattura altrui, di far capire che loro avrebbero fatto meglio, che loro conoscono il mare, che loro sanno come si fa.
E se catturi un pesce, anziché goderti il momento, devi quasi prepararti a un interrogatorio: dove l’hai preso, a che ora, con quale artificiale, a quale profondità, con quale recupero, con quale attrezzatura.
Domande che, prese singolarmente, sono assolutamente legittime e fanno parte della condivisione. Io stesso amo parlare di pesca, raccontare le mie esperienze e confrontarmi con chi ha voglia di farlo.
Ma esiste una differenza enorme tra la curiosità sincera di chi vuole imparare e l’interesse morboso di chi ti cerca soltanto per carpire informazioni, replicare il tuo risultato e, possibilmente, fare meglio di te.
La differenza sta nell’intenzione.
Perché c’è chi ti chiede come hai fatto per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze e chi, invece, ti fa la stessa domanda perché non sopporta l’idea che tu abbia ottenuto qualcosa che lui non è riuscito a ottenere.
E quando capisci di avere davanti una persona appartenente alla seconda categoria, tutta quella falsa cordialità comincia a fare ribrezzo.
I famigerati segreti della pesca.
Sembra quasi che ogni pescatore custodisca chissà quale formula magica, una conoscenza inaccessibile ai comuni mortali, un sistema infallibile capace di trasformare ogni uscita in una sequenza di catture.
La realtà, per quanto possa dare fastidio a qualcuno, è decisamente meno affascinante: nella pesca esistono competenze, studio, esperienza, capacità di osservazione e una buona dose di intuito. Tutte cose che fanno la differenza, nessuno lo nega.
Ma esiste anche una componente imprevedibile che nessuna esperienza può cancellare.
Il pesce deve esserci. Deve essere attivo, deve trovarsi nelle condizioni di alimentarsi e deve, soprattutto, decidere di attaccare proprio il nostro artificiale. Possiamo scegliere il momento, studiare il luogo, interpretare il mare e fare tutto quello che riteniamo corretto. Poi, però, arriva quella variabile che non possiamo controllare.
La fortuna.
E nella mia esperienza, soprattutto nello spinning in mare, questa componente pesa enormemente più di quanto molti siano disposti ad ammettere.
A volte fai tutto bene e torni a casa a mani vuote. Altre volte, magari dopo una pescata improvvisata, senza particolari aspettative, arriva quella cattura che ti cambia la giornata.
Questo non significa che siamo tutti uguali, che la preparazione non conti o che il risultato sia sempre casuale. Significa semplicemente che prendere un pesce non dimostra automaticamente di essere più bravi, così come non prenderlo non dimostra di essere incapaci.
Eppure, nel nostro ambiente, sembra che il risultato finale sia diventato l’unico parametro con cui misurare il valore di un pescatore.
Hai catturato? Sei bravo.
Non hai catturato? Non capisci niente.
Hai preso un pesce più grosso? Sei il fenomeno del momento.
Lo ha preso qualcun altro? Allora bisogna trovare una spiegazione, una circostanza favorevole, un dettaglio che possa ridimensionare il risultato.
Ecco, questa mentalità mi fa sinceramente schifo.
Perché se vogliamo davvero parlare di bravura, allora dovremmo farlo con serietà, considerando il contesto, le condizioni, le difficoltà incontrate e le capacità necessarie per affrontarle. Non limitandoci a guardare una fotografia e decidendo che chi tiene in mano il pesce sia improvvisamente diventato un pescatore migliore di tutti gli altri.
Anche perché, diciamocelo, andare a pescare negli acquari è una cosa. Affrontare giornate complicate, mare difficile, pesci apatici e condizioni che cambiano continuamente è un’altra.
E non mi riferisco necessariamente a un luogo specifico. Mi riferisco a quella differenza sostanziale tra trovarsi in una situazione in cui le catture sono praticamente garantite e riuscire a interpretare una giornata in cui il mare sembra non voler concedere nulla.
Ma anche qui, attenzione: non è una gara a chi pesca nel posto più difficile. Sarebbe soltanto l’ennesima manifestazione dello stesso problema.
La pesca non dovrebbe essere una competizione permanente, nemmeno tra chi affronta le condizioni più proibitive.
E questo mi porta a un’altra categoria di persone che, personalmente, faccio sempre più fatica a tollerare: alcuni negozianti che sembrano vivere la pesca come una sfida personale, come se ogni cattura di un cliente dovesse essere confrontata con le proprie capacità, con i propri risultati o con quelli della propria cerchia.
Il negozio di pesca dovrebbe essere un luogo di incontro, di confronto, di consigli e di passione. Un ambiente nel quale un pescatore possa entrare, raccontare un’esperienza, chiedere un parere e uscire con qualcosa in più, fosse anche soltanto una nuova idea da provare.
Invece, talvolta, sembra di entrare in un’arena nella quale ogni cattura viene pesata, giudicata e confrontata con quella di qualcun altro.
E se il cliente ha preso un pesce importante, anziché condividere la soddisfazione, bisogna subito spiegargli perché quella cattura non sia poi così eccezionale, perché in quel periodo i pesci mangiano, perché in quel posto li prendono tutti o perché, in fondo, con quell’artificiale sarebbe stato capace chiunque.
Ma allora mi chiedo: che senso ha?
Se la passione per la pesca ti porta a provare fastidio quando un’altra persona cattura un bel pesce, forse dovresti fermarti un momento e chiederti cosa stai cercando davvero.
Perché io, personalmente, non ho mai sentito il bisogno di sminuire la cattura di un altro per dare valore alla mia.
Se un amico prende una bella spigola, sono contento per lui. Se un pescatore che conosco cattura una leccia importante, mi fa piacere. Se qualcuno riesce a realizzare una cattura che inseguiva da anni, posso soltanto immaginare la soddisfazione che prova.
E se posso imparare qualcosa dalla sua esperienza, tanto meglio.
Non mi sento meno pescatore perché qualcun altro ha preso un pesce più grosso del mio. Non mi sento ridimensionato perché un’altra persona ha avuto una giornata migliore. Non ho bisogno di essere quello che cattura di più per giustificare le ore che trascorro a mare.
Per me, la pesca è un’altra cosa.
È condivisione, prima di tutto.
È la possibilità di trasmettere a qualcuno quello che hai imparato, senza sentirti minacciato dalla possibilità che possa diventare più bravo di te.
È scoperta, perché ogni uscita può insegnarti qualcosa, anche quando torni a casa senza una cattura.
È divertimento, perché il tempo trascorso a mare dovrebbe rappresentare un momento di libertà, non un’ulteriore occasione per alimentare frustrazioni, rivalità e confronti.
È il piacere di stare davanti al mare, di osservare quello che succede, di provare un artificiale nuovo, di sbagliare un recupero, di intuire un movimento, di sentire una mangiata e di vivere quell’adrenalina che soltanto chi pesca può comprendere davvero.
E soprattutto, è la possibilità di condividere tutto questo con persone che non hanno bisogno di dimostrare continuamente qualcosa.
Persone che non si sentono minacciate dal tuo risultato.
Persone che, se un giorno prendi un pesce meraviglioso, sono capaci di dirti semplicemente: “Complimenti, bellissima cattura”.
Senza un secondo fine. Senza interrogarti per scoprire dove andare il giorno dopo. Senza trasformare il tuo momento di soddisfazione in un’occasione per alimentare la propria competizione personale.
Perché sì, esistono anche i falsi amichetti.
Quelli che ti cercano con una frequenza direttamente proporzionale alle catture che pubblichi. Quelli che improvvisamente diventano disponibili, cordiali e interessati quando hai qualcosa da raccontare. Quelli che vogliono conoscere ogni dettaglio delle tue uscite, ma che quando sei tu a chiedere qualcosa sembrano improvvisamente avere la memoria corta.
Quelli che non ti cercano per condividere una pescata, ma per capire dove sei stato, cosa hai utilizzato e come potrebbero replicare il risultato.
E magari, una volta ottenute le informazioni che cercavano, spariscono. Salvo ricomparire alla prossima cattura.
A quel punto, più che amici di pesca, sembrano investigatori con la canna da spinning.
E la cosa più triste è che spesso queste persone non si rendono nemmeno conto di quanto siano trasparenti.
Pensano di nascondere la propria invidia dietro una battuta, una domanda apparentemente innocente o un commento tecnico. Ma quando conosci qualcuno da tempo, quando hai avuto modo di osservarne i comportamenti in diverse circostanze, certe dinamiche diventano difficili da ignorare.
E allora, sinceramente, preferisco una persona che mi dice apertamente che non condivide il mio modo di pescare a una che mi sorride davanti e rosica dietro.
Preferisco un confronto acceso ma autentico a cento complimenti falsi.
Preferisco un pescatore che mi contraddice con argomentazioni concrete a uno che cerca continuamente di dimostrare la propria superiorità senza riuscire a sostenere una conversazione alla pari.
Perché il dissenso non mi infastidisce. La presunzione, invece, sì.
E non mi infastidisce nemmeno chi vuole migliorarsi, chi studia, chi cerca di catturare pesci sempre più grandi o chi vive la pesca con uno spirito competitivo. Ognuno è libero di trovare la propria motivazione.
Quello che non accetto è che la propria ambizione diventi una ragione per sminuire gli altri.
Che il desiderio di migliorarsi si trasformi nell’incapacità di riconoscere il merito altrui.
Che una passione, nata per regalarci emozioni, finisca per diventare uno strumento attraverso il quale misurare il nostro valore personale.
Perché, alla fine, siamo tutti lì per pescare.
Non c’è una giuria ad aspettarci sulla spiaggia. Non c’è un premio da ritirare al termine della giornata. Non esiste una classifica ufficiale che stabilisca chi abbia il diritto di sentirsi un pescatore e chi, invece, debba rimanere in silenzio.
E se proprio vogliamo parlare di premi, per me il premio è il tempo che riesco a dedicare a questa passione, le esperienze che porto a casa, le persone con cui le condivido e le emozioni che provo ogni volta che riesco a ingannare un pesce.
Tutto il resto è rumore.
Un rumore che, con il passare del tempo, ho imparato a riconoscere e dal quale ho sempre meno voglia di farmi condizionare.
Perché non ho intenzione di trasformare la mia passione in una competizione con persone che, probabilmente, non saprebbero nemmeno spiegare perché hanno iniziato a pescare.
E se una mia cattura ti dà fastidio, se ti rode vedere un pesce che avresti voluto prendere tu, se senti il bisogno di ridimensionare il mio risultato per sentirti nuovamente all’altezza, mi dispiace, ma il problema è tuo.
Io continuerò a pescare, a condividere quello che ritengo opportuno, a imparare da chi ne sa più di me e a divertirmi ogni volta che ne avrò la possibilità.
Senza sentirmi in debito con nessuno.
Senza dover dimostrare niente a nessuno.
E soprattutto, senza chiedere il permesso a chi ha trasformato la pesca in una gara che esiste soltanto nella propria testa.
Perché un pesce preso da un altro pescatore non è una sconfitta personale. È semplicemente un pesce preso da un altro pescatore.
Se questa semplice distinzione ti risulta difficile da accettare, forse è arrivato il momento di chiederti se ami davvero la pesca o se ami soltanto l’idea di essere considerato più bravo degli altri.
E questa, credetemi, è una differenza enorme.
Concludo con una riflessione e una domanda, perché non mi interessa che questo post diventi l’ennesima occasione per insultarci a vicenda. Mi interessa, invece, confrontarmi con chi vive questa passione con sincerità, anche quando la pensa diversamente da me.
Secondo voi, quanto incidono davvero l’invidia e la competizione nei rapporti tra pescatori?
E soprattutto: siamo ancora capaci di essere sinceramente felici per una cattura altrui, oppure abbiamo trasformato anche la pesca nell’ennesimo ambito in cui dobbiamo dimostrare di essere migliori di qualcun altro?
Io la mia idea me la sono fatta da tempo.
E, a essere sincero, di certi atteggiamenti ne ho fin sopra i capelli.
Il mare è abbastanza grande per tutti. Peccato che, a volte, l’ego di qualcuno sia ancora più grande.
E quello, purtroppo, non lo risolvi cambiando artificiale.