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16/10/2026

Torna a casa dopo il turno in fabbrica e non trova più la moglie e il figlio di sette anni. Sono spariti anche materassi, biancheria, bauli, casse e una macchina da cucire. È il 20 luglio 1951, a Rivoli. Per Francesco Crisafulli comincia una ricerca che lo porterà a scoprire un pacco di lettere compromettenti.

Francesco lavora alla Filp di Rivoli e abita in via Peretti 6. La moglie, Gioacchina D'Amico (foto), ha 44 anni. Il loro bambino, Giampiero, appena sette.

I rapporti tra i coniugi sono difficili da tempo, ma Francesco non si aspetta che la moglie possa andarsene portando con sé il figlio e buona parte degli oggetti di casa.

Passano i giorni. Nessuna notizia. Poi arriva un biglietto della donna, che gli dà appuntamento davanti alla Questura di Torino, in corso Vinzaglio.

Francesco si presenta. Aspetta. Ma non arriva nessuno.

Torna a casa e comincia a cercare nei cassetti dei mobili rimasti. Trova un pacco di lettere indirizzate alla moglie. Le legge. Il contenuto gli fa sospettare una relazione sentimentale.

C'è però un particolare: tutte le lettere sono firmate «Anna» oppure «signorina Anna».

Francesco sospetta che dietro quel nome femminile si nasconda un uomo. Non uno sconosciuto, ma un marinaio suo compaesano e, soprattutto, un suo carissimo amico.

Non ha prove che sia lui. E non sa dove siano finiti Gioacchina e Giampiero.

Si rivolge all'avvocato De Marchi e, all'inizio di agosto, denuncia la scomparsa ai carabinieri di Rivoli. La sua preoccupazione principale è il bambino, al quale è molto legato.

La vicenda finisce sui giornali nell'agosto del 1951. In Italia il divorzio non esiste ancora: arriverà soltanto nel 1970. Per sciogliere legalmente un matrimonio bisognerà aspettare altri diciannove anni.

Non sappiamo se Gioacchina sia davvero fuggita con un altro uomo, se il marinaio abbia qualcosa a che fare con la scomparsa o perché abbia dato al marito un appuntamento al quale nessuno si è presentato.

E soprattutto non sappiamo se Francesco abbia mai riabbracciato il piccolo Giampiero.

La cronaca dell'epoca si interrompe qui, con una denuncia, un pacco di lettere firmate «Anna» e un padre che cerca suo figlio.

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16/10/2026

Pietre, bottiglie di vetro e torce di segnalazione lanciate contro la polizia, che risponde con idranti e lacrimogeni. Scontri oggi, venerdì 16 ottobre, nel centro di Torino durante la manifestazione studentesca. Le tensioni più gravi si registrano in piazza Castello, davanti alla Prefettura, dove alcune centinaia di manifestanti si staccano dal corteo e affrontano gli agenti schierati a protezione dell’edificio.

Diversi giovani hanno il volto coperto. La polizia interviene con gli idranti, mentre prosegue il lancio di oggetti. Si verificano anche momenti di contatto ravvicinato tra manifestanti e forze dell’ordine.

Le prime tensioni erano iniziate in mattinata davanti all’Ufficio scolastico regionale, con un lancio di uova contro gli agenti. Successivamente, nella zona del grattacielo Intesa Sanpaolo, vengono lanciate anche pietre. In corso Inghilterra alcuni insegnanti partecipanti alla manifestazione formano un cordone tra studenti e polizia.

Al corteo, partito da piazza XVIII Dicembre, partecipano oltre 2.500 studenti, scesi in piazza contro le politiche scolastiche del governo e l’aumento delle spese militari.

Al momento non risultano confermati bilanci di feriti o arresti.

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16/10/2026

Si sta svolgendo in questo momento, nella sala consiliare del Comune di Settimo Torinese, l’ultimo saluto a Nicolò Cerutti, morto a soli 27 anni. Un ragazzo conosciuto nel mondo della musica e dello spettacolo, la cui scomparsa ha suscitato dolore tra familiari, amici e colleghi.

La scelta di ospitare il commiato nella stessa sala in cui si riunisce il Consiglio comunale testimonia come il lutto abbia coinvolto non soltanto le persone più vicine a Nicolò, ma anche la comunità settimese.

Nicolò aveva studiato al MusicLab e aveva poi collaborato con la Suoneria, occupandosi di audio e luci. Lavorava dietro le quinte, tra mixer, microfoni e impianti tecnici, contribuendo alla realizzazione di concerti e spettacoli. Anche la Suoneria lo ha ricordato pubblicamente, esprimendo vicinanza alla famiglia.

A piangerlo sono la mamma Roberta, il papà Gianpietro, la sorella Matilde, i nonni Giuseppe e Teresa, gli zii, l'amata Martina e tutti coloro che lo conoscevano.

Il corteo funebre è partito alle 14.45 dalla Casa Funeraria Gavina & Balbo di San Mauro Torinese, con arrivo previsto alle 15 nella sala consiliare di Settimo. Successivamente Nicolò sarà accompagnato al Tempio Crematorio di Mappano.

Aveva 27 anni, una famiglia, una compagna e una passione per la musica diventata anche il suo lavoro.

Condividiamo questo ricordo per unirci al dolore della famiglia e della comunità di Settimo Torinese. Se vuoi restare aggiornato sulle notizie del territorio, segui la pagina TORINO.

15/10/2026

È la sera del 6 ottobre 1769. Un uomo cammina a Haymarket, Londra, quando una donna lo avvicina e gli chiede di offrirle del vino. Lui prosegue, ma la donna insiste e lo tocca nelle parti intime.
L’uomo reagisce, la colpisce e viene affrontato da tre uomini. Cominciano gli spintoni, poi i pugni. Estrae un coltellino che porta con sé per tagliare la frutta e ferisce uno degli aggressori: Evan Morgan, muore il giorno successivo.

L’uomo arrestato per omicidio, con prospettiva sulla pena di morte.
Si chiama Giuseppe Baretti, è nato a Torino e oggi gli è dedicata una delle strade più frequentate dalla movida serale e notturna di San Salvario. Una coincidenza: anche la vicenda che rischiò di costargli la vita cominciò di notte, in una zona londinese frequentata molti avventori (ma anche pr******te).

Baretti nasce il 24 aprile 1719. Il padre è un architetto militare al servizio del re. A sedici anni, dopo contrasti familiari, lascia Torino e raggiunge uno zio a Guastalla. Lavora come scrivano, studia letteratura, poi si trasferisce a Venezia e Milano.

Nel 1751 parte per Londra. Insegna italiano, traduce opere teatrali e frequenta alcuni dei maggiori intellettuali inglesi, tra cui Samuel Johnson, il pittore Joshua Reynolds e l’attore David Garrick.

Scrive in italiano e in inglese. Nel 1760 pubblica un dizionario bilingue italiano-inglese, seguito dalle «Lettere familiari», nelle quali racconta i suoi viaggi attraverso Portogallo, Spagna e Francia. Le osservazioni sul Portogallo provocano proteste diplomatiche.

Nel 1763 fonda «La Frusta letteraria», un periodico nel quale, con lo pseudonimo Aristarco Scannabue, attacca scrittori e studiosi senza riguardo per la loro fama. Le polemiche provocano l’intervento delle autorità veneziane. Nel 1777 arriverà a contestare Voltaire, difendendo Shakespeare dalle sue critiche.

Nel 1766 torna a Londra. Tre anni dopo finisce in carcere per la morte di Evan Morgan.

Il processo si svolge nel novembre 1769 all’Old Bailey. Baretti sostiene di essersi difeso da un’aggressione. Le testimonianze ricostruiscono una lite confusa, con versioni differenti sull’accaduto.

A deporre in suo favore arrivano Samuel Johnson, Edmund Burke, Joshua Reynolds, David Garrick e Oliver Goldsmith, alcuni dei nomi più importanti della cultura inglese. Baretti rinuncia alla possibilità di una giuria composta per metà da stranieri e si difende personalmente. Viene assolto per legittima difesa.

Continua a vivere in Inghilterra, scrive e lavora per la Royal Academy of Arts. Muore a Londra il 5 maggio 1789, a settant’anni.

Oggi il suo nome compare sulle targhe di via Baretti, nel cuore di San Salvario. Una strada conosciuta per i locali e la vita notturna, dedicata a un torinese che, oltre due secoli e mezzo fa, uccise un uomo in una strada di Londra e rischiò di finire sulla forca.

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15/10/2026

Le case di ringhiera

14/10/2026

Il pianto di un neonato arriva dalla cantina, ma avvicinandosi si vedono solo stracci sporchi e una coperta unta. I due giovani s'avvicinano e scoprono una bambina appena nata, avvolta nel tessuto lercio. Non ci sono documenti, biglietti o altri elementi che permettano di capire chi l'abbia lasciata lì.

È il primo agosto 1980 a Torino, in corso Telesio, nel quartiere Pozzo Strada. La città si sta svuotando per le vacanze estive. Molti operai della Fiat sono partiti, diversi appartamenti del palazzo sono vuoti.

I due ragazzi si chiamano Emanuela e Roberto. Sono fidanzati e stanno per sposarsi. Sentono quel pianto e cercano di capire da dove provenga. Scendono nella cantina e trovano la neonata, abbandonata tra gli stracci.

La piccola ha circa dodici ore di vita. Nessuno sa chi sia sua madre, dove sia nata e da quanto tempo si trovi in quel locale. Non risulta che qualcuno abbia visto persone sospette nei pressi del palazzo. Nessuno ricorda donne incinte che possano essere collegate al ritrovamento.

La bambina viene soccorsa. I carabinieri avviano le indagini per risalire ai genitori, ma non trovano elementi sufficienti per identificarli. Nessuno si presenta in ospedale per chiedere della bimba. Nessuno la cerca neppure quando viene affidata all'istituto per l'infanzia di Torino.

Passano quattro mesi. Una coppia che non può avere figli ha avviato le pratiche per un'adozione. La bambina entra nella loro famiglia, cresce, studia e comincia a lavorare.

Per molti anni, però, non conosce tutti i particolari del suo ritrovamento. I genitori adottivi sono restii a parlarne.

La verità emerge quando diventa madre a sua volta. Dopo la nascita del primo figlio, suo padre le mostra un vecchio articolo di giornale. È la cronaca di quel ritrovamento, pubblicata nell'agosto del 1980.

La bambina della cantina è lei.

Si chiama Cristina Longo. Oggi ha 46 anni, è sposata e ha due figli. Nel novembre 2024 ha raccontato pubblicamente la propria storia, cercando di ricostruire le prime ore della sua vita.

Ha provato anche a rintracciare Emanuela e Roberto, i ragazzi che l'avevano trovata. Voleva ringraziarli e chiedere che cosa ricordassero di quella giornata. Emanuela, però, era morta di tumore circa dieci anni prima. Di Roberto non era riuscita a trovare traccia.

La sorella di Emanuela le ha confermato un particolare: i due ragazzi avevano sentito il suo pianto.

Cristina ha raccontato di essere stata amata dai genitori adottivi e di aver costruito la propria famiglia. Ma continua a cercare una risposta: perché qualcuno l'aveva lasciata in quella cantina, poche ore dopo averla messa al mondo?

C'è anche una coincidenza. Cristina non ama festeggiare il proprio compleanno, ma lo fa perché suo marito è nato proprio il suo stesso giorno.

Quella bambina abbandonata il 1° agosto 1980 oggi è madre di due figli. E deve la vita anche a due ragazzi che, passando vicino a una cantina, sentirono piangere.

Condividi questa storia: qualcuno potrebbe ricordare quel ritrovamento o conoscere particolari ancora sconosciuti. Per altre storie della nostra città, segui la pagina TORINO.

13/10/2026

Il cagnetto alza improvvisamente il muso e comincia a guaire. La sua padrona, Maria Zaina, 66 anni, sta preparando da mangiare e non capisce che cosa gli sia preso. Il cane si chiama Fido, è sempre più agitato e continua a lamentarsi: qualcosa di terribile sta per accadere quel 24 luglio del 1951.

Sono le 11.30, in via Fratelli Calandra 17. Maria abita al pianterreno di una palazzina di cinque piani, gravemente danneggiata dai bombardamenti dell'agosto 1943.

La parte verso la strada è ormai disabitata. Nell'ala interna, riparata, diremmo "tacconata" alla bell'e meglio dopo la guerra, vivono ancora alcune famiglie. I tre piani superiori sono stati distrutti dalle bombe. Restano travi, tegole e una copertura pericolante.

Al primo piano abita Clementina Costa, 72 anni. Quella mattina è sul balcone a stendere i panni.

Intanto Fido continua a guaire. Maria lo guarda, poi avverte qualcosa di insolito. Dai muri arrivano colpi sordi, seguiti da uno scricchiolio. L'intero edificio comincia a tremare.

La donna si precipita verso l'uscita, preceduta dal cagnolino che fugge abbaiando. Un istante dopo, un boato scuote il quartiere.
Il tetto cede. Le macerie precipitano dall'alto, sfondano il soffitto del primo piano e travolgono gli appartamenti sottostanti. Mobili e masserizie vengono sepolti.

E Clementina? Quando ha sentito i primi scricchiolii, era ancora sul balcone. Terrorizzata, è rimasta immobile. Ora, dietro di lei, il suo appartamento non esiste più, se si fosse trovata all'interno non avrebbe avuto scampo.

Arrivano i vigili del fuoco. Devono raggiungerla mentre le strutture dell'edificio sono ancora pericolanti. I pompieri riescono a portarla in salvo. Anche Maria è riuscita a uscire in tempo, insieme a Fido.

Nessuna vittima. Tre alloggi distrutti e diverse famiglie costrette ad abbandonare la casa. Clementina si è salvata perché la paura l'ha bloccata sul balcone. Maria perché è fuggita ai primi tremori.

Ma il primo a capire che qualcosa non andava era stato Fido. Quel piccolo cane aveva cominciato a dare l'allarme quando ancora nessuno si era accorto del pericolo.

Condividi questa storia per ricordare un episodio della vecchia Torino e il piccolo Fido, protagonista di un salvataggio dimenticato. Per scoprire altre storie della nostra città, segui la pagina TORINO.

(Foto: a sinistra lo stabile dopo il crollo del 24 luglio 1951, a destra come si presenta oggi. In primo piano, un'immagine illustrativa di Fido, il cagnolino che con i suoi guaiti diede l'allarme pochi istanti prima del disastro).

13/10/2026

Il furgone rosso arriva davanti a un condominio di Torino. Il ventiseienne scarica una grossa cassa di legno, la sistema su un transpallet e la trascina verso il seminterrato. Non sa che qualcuno sta seguendo ogni suo movimento. Sono i poliziotti della Squadra Mobile, che da tempo sospettano la presenza di un deposito.

Poco prima, gli investigatori lo hanno visto raggiungere un'autorimessa, entrare con un telecomando e uscirne dopo mezz'ora. Poi il ritorno al condominio e l'arrivo del furgone.

Gli agenti decidono di intervenire. Il giovane tenta di scappare, oppone resistenza, ma viene bloccato. Nelle tasche ha un cellulare, alcune chiavi e un telecomando.

La prima sorpresa è nella cassa appena scaricata: tre sacchi contenenti oltre 45 chili di hashish. Nell'automobile ne trovano altri cinque.

Ma è soltanto l'inizio.

Una delle chiavi apre un garage a pochi metri di distanza. Dentro ci sono ketamina, cocaina, ma*****na, materiale per confezionare le dosi, dieci dispositivi GPS magnetici e 85mila euro in contanti.

Gli investigatori tornano allora all'autorimessa visitata dal giovane prima dell'arrivo del furgone. Il telecomando apre il cancello e, con un secondo comando, anche un box.

Quello che trovano aggiunge un altro capitolo all'indagine: decine di chili di droga, cinque armi da fuoco, munizioni e un dispositivo per trasformare una pi***la in carabina. Un revolver e una pi***la risultano rubati durante un furto in abitazione a Soragna, il 16 settembre scorso.

Il bilancio comunicato dalla Questura è di circa 141 chili di stupefacenti, 85mila euro e cinque armi sequestrate.

Il 26enne, di cittadinanza italiana, viene arrestato e portato nel carcere Lorusso e Cutugno. Le indagini proseguono e vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Condividi questa storia per far conoscere l'operazione della Squadra Mobile e il materiale sequestrato. Se vuoi restare aggiornato sulla cronaca della città, segui la pagina TORINO.

13/10/2026

Sono le 23 di una sera di gennaio del 1960. Fa freddo, molto freddo. A Torino due bambini di nove anni sono scomparsi da oltre dieci ore. La polizia, i vigili urbani e decine di volontari li cercano dappertutto. Il padre attraversa i campi della periferia di Mirafiori, avvolti nella nebbia, illuminando con una torcia le baracche dei senzatetto. La madre aspetta notizie a casa. Nessuno sa dove siano finiti i suoi due gemelli.

Pier Giorgio e Pier Franco Morello abitano in via Lancia 13. Quel mattino sono andati regolarmente a scuola. Durante la lezione hanno fatto un po' di chiasso e il maestro Alessandro Serra ha scritto sui loro quaderni una nota di biasimo: «A scuola devo star zitto e composto». Devono riportarla il giorno successivo con la firma dei genitori.

Alle 12.30, come ogni giorno, Paolo Morello, operaio di 33 anni, e la moglie Ada Cocco, di 28, aspettano i figli per pranzo. La tavola è pronta, ma i bambini non arrivano.
Passa mezz'ora. La madre si reca da una famiglia di vicini, pensando che i gemelli siano andati a giocare con il loro compagno Giovanni. Non ci sono. Il ragazzo conferma di averli visti uscire regolarmente da scuola.

Il padre corre allora dal maestro. Scopre della nota e capisce che i figli potrebbero aver avuto paura di tornare a casa.
Cominciano le ricerche. Un fornaio racconta che, verso le 10, un ragazzino gli ha chiesto due pagnotte, mostrando una moneta da dieci lire. Potrebbe essere uno dei gemelli, ma nessuno può confermarlo.

Intanto Pier Giorgio e Pier Franco camminano per Torino. Hanno abbandonato le cartelle e attraversano borgo San Paolo, barriera di Francia e Porta Palazzo. Passano sotto la Mole Antonelliana. Uno guarda in alto e dice all'altro: «Scansiamoci, che magari ci casca addosso».

Arrivano in corso Tortona, corso Belgio e corso Casale. Salgono verso la collina, si fermano a guardare la televisione attraverso una finestra, poi tornano indietro.
È ormai notte. La nebbia si fa sempre più f***a. Non sanno più dove si trovano. Hanno fame e freddo.
Raggiungono la riva del Po, vicino. Chiedono qualche soldo a un passante, senza ottenerlo. Poi si siedono sulla riva, stretti l'uno all'altro per scaldarsi.

Passano quasi tutta la notte svegli, parlando della Befana. Uno sogna di ricevere cinque miliardi e un'automobile americana. L'altro risponde: «Io preferirei un sacco pieno di pane e di formaggio».

Si addormentano soltanto quando comincia a fare giorno.
A casa Morello nessuno ha chiuso occhio. Anche il maestro Serra ha trascorso la notte nell'angoscia. Le ricerche continuano, ma dei bambini non c'è traccia.

Alle 12.30 del giorno successivo, Leonardo Piano, tranviere di 38 anni, sta uscendo dalla sua abitazione in lungo Po Antonelli 75. Davanti al cancello vede due bambini pallidi, con gli occhi arrossati, visibilmente stremati.
Li osserva meglio. Si assomigliano moltissimo.
Pochi minuti prima ha letto su La Stampa la notizia della scomparsa, accompagnata dalle fotografie.

«Siete voi, per caso, i gemelli che tutti cercano?»
«Sì, siamo proprio noi».
Il tranviere li porta subito in casa. I bambini chiedono da mangiare e ricevono pane, prosciutto e pere. Quando viene mostrato loro il giornale con la fotografia della mamma, scoppiano a piangere.
Viene avvertita la polizia. Al commissariato Vanchiglia arrivano finalmente i genitori. Paolo e Ada abbracciano i figli ridendo e piangendo.

Quando la famiglia torna in via Lancia, davanti al portone si è radunata una piccola folla. Il primo a correre incontro ai gemelli è il maestro Serra, con le lacrime agli occhi.
«Tutto per una piccola nota di biasimo... Ho vissuto anch'io ore indescrivibili di angoscia».
Confessa che, prima della fine delle lezioni, aveva persino pensato di cancellare quella nota.

Nel pomeriggio i gemelli vengono visitati da un medico. Dopo una notte trascorsa all'aperto, nel gelo di gennaio, se la sono cavata con un principio di raffreddore.
La loro fuga aveva tenuto Torino con il fiato sospeso.

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Indirizzo

Piazza Castello
Torino
10121

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